Il Senso del camminare

Con la parola “cammino” si vogliono richiamare molteplici significati. Il primo e più immediato è legato alla pratica del camminare.

I primi “camminatori” di cui abbiamo conoscenza li scopriamo nelle impronte di oltre tre milioni e mezzo di anni fa lasciate da alcuni australopitechi della Riff Valley in Tanzania.

Questi furono i primi ominidi ad alzarsi in piedi e a deambulare.

La loro testa ormai si ergeva al di sopra della prateria e le stelle si facevano più vicine.

Pur rifiutando una logica di causa-effetto, certamente nel tempo quella posizione eretta dei primi ominidi si accompagnò ad un aumento considerevole del volume dell’encefalo e ad un salto cognitivo. Progressivamente si avrà una moltiplicazione nella produzione di utensili e soprattutto emerge la capacità di conservare, trasportare e produrre il fuoco.

Per moltissimo tempo l’umano ha vissuto una condizione di nomadismo di necessità in cui il camminare per lunghe distanze era parte essenziale del vivere quotidiano. Un continuo peregrinare in mutevoli paesaggi inseguendo i flussi migratori della cacciagione o alla ricerca di nuovi pascoli e risorse naturali.

Fu probabilmente la notevole quantità di tempo da dedicare al camminare che permise di associare a questa pratica, delle qualità che nulla avevano a che fare con la necessità di spostarsi.

Celebre è la massima di Diogene di Sinope “solvitur ambulando” (camminando si risolve) che attesta come per gli antichi l’esperienza e in primis l’esperienza del camminare fosse importante. Chissà se non sia stata per l’alta considerazione che si aveva per il camminare che sorse la leggenda che Aristotele insegnasse camminando, da cui poi il nome di Scuola Peripatetica1. A distanza di oltre ventidue secoli, il camminare è ancora una pratica di riflessione filosofica tanto che Nietzsche ne “La gaia scienza” descriveva il camminare in questi termini: “Non siamo di quelli che riescono a pensare solo in mezzo ai libri, sotto la scossa dei libri – è nostra ferma consuetudine pensare all’aria aperta, camminando, saltando, salendo, danzando, preferibilmente su monti solitari o sulla riva del mare, laddove sono le vie stesse a farsi meditabonde. Le nostre prime questioni di valore, relativamente a libri, uomini e musica, sono di questo tenore:” è costui in grado di camminare? E ancor più di danzare?” “

E fu così che quel camminare, che non ha l’ingenuità di riscoprire il proprio io, che invece permette lo svelamento del proprio sé e di procedere senza il pesante bagaglio dei ruoli, delle etichette e dei moralismi; quel camminare disposto ad osservare ed incontrare, a relazionare e proporzionare e infine a memorizzare, sempre proteso verso un orizzonte non più geografico ma temporale, si associò al registro del pensare. Un pensare libero e liberatorio.

Come si diceva, il camminare, nella storia umana, si è intriso di diversi significati e si è forgiato a strumento per scopi diversi dal semplice spostarsi. Uno di questi è legato ai pellegrinaggi.

In contesto religioso il pellegrinaggio ha da sempre rappresentato, in molteplici culture e manifestazioni religiose, un modo per avvicinarsi alla dimensione del sacro e per sua caratteristica a prestarsi ad allegorie e metafore ispiratrici di profondi cambiamenti interiori. In questo senso il pellegrinaggio, non solo per la sua capacità di coinvolgere importanti masse di persone ha segnato la storia delle grandi religioni.

Da questo punto di vista possiamo ricordare nel mondo greco-romano i pellegrinaggi oracolari verso Delfi, Mileto e Claro ai quali si aggiungevano i pellegrinaggi misterici verso Locri e Eleusi oppure quelli della salute verso i templi dedicati ad Asclepio a Coo.

Ricalcando la già consolidata tradizione ebraica dell’Aliyah, nel Cristianesimo, già dal IV secolo, ci sono i primi pellegrinaggi a Gerusalemme da cui poi discendono anche quelli verso Roma. I cammini che portano a Santiago di Compostela tesseranno la rete stradale europea che ancora percorrono pellegrini di orientamenti spirituali tra loro molto diversi; mentre antichi e moderni pellegrinaggi verso i luoghi di apparizione della Vergine Maria fanno trapelare origini ben più lontane e “pagane”.

Nell’Islam El Hajji, il pellegrinaggio alla Pietra Nera della Mecca è uno dei 5 pilastri della fede musulmana e il fedele che si trova in condizioni economiche e fisiche idonee è obbligato ad adempierlo almeno una volta nella vita. Non meno importanti sono i pellegrinaggi verso Medina e Gerusalemme oppure quelli compiuti dai musulmani sciiti verso Kerbala e Najaf così come i pellegrinaggi devozionali verso le tombe dei mistici o delle guide spirituali come per esempio quelle dei marabouts in Nordafrica o quelli dei sufi in India.

Nell’Induismo il più grande pellegrinaggio è quello del Maha Kumbha Mela. Decine di milioni di fedeli si radunano sulle rive del sacro fiume Gange ad Allahabad.

Bisogna dire che all’interno dei politeismo induista le mete di pellegrinaggio sono innumerevoli quanto il numero degli dei che compongono il pantheon della religione dei Veda.

Nel Buddismo invece, il pellegrinaggio ha come mete fondamentali i luoghi che hanno caratterizzato la vita del Buddha Sakyamuni ma troviamo pellegrinaggi anche verso templi e monasteri legati ai svariati bodhisattva o verso la montagna sacra Kailash.

Ai nostri giorni la tecnologia ha reso sempre meno difficoltoso il pellegrinaggio e malgrado si possano coprire migliaia di kilometri in poche ore di aereo, ancora ci sono santuari che si preferisce raggiungere dopo aver camminato per giorni o settimane.

Nei casi sopra menzionati pur non rappresentando tutta l’esperienza religiosa ci permette di affermare che il camminare ha costituito per lungo tempo non solo l’unico mezzo attraverso il quale raggiungere una destinazione ma una forma di approcciarsi al sacro, e benché nel mondo greco-romano il viaggio in sé, l’iter verso un santuario non contenesse una valenza religiosa come lo fu in seguito per il Cristianesimo, bisogna osservare che solo un grande proposito poteva far fronte ai rischi che simili imprese, a quei tempi, comportavano.

Un’altra lettura del camminare è legato alla dimensione politica.

In questo contesto il camminare si è trasformato in marcia.

L’etimologia di marcia sembra si leghi al modo in cui si premeva l’uva per fare il vino.

In seguito questo “martellare” si trasferisce nel passo cadenzato dei militari in schiera e poi per contiguità morfologica alle marce di protesta che soprattutto nel secolo scorso hanno caratterizzato la vita politica nel mondo intero.

Le marce di protesta e di rivendicazione, vere e proprie esibizioni di forza non sempre nascevano con intenti pacifici ma furono riconvertite e adottate con successo dai movimenti pacifisti e nonviolenti.

Tra le più importanti marce nonviolente si ricordano la cosiddetta Marcia del sale realizzata da M.K.Gandhi nel 1930 per protestare contro il monopolio britannico sul sale e quella di M.L.King a Washington del 1963 a sostegno dei diritti civili per gli afro-americani.

In Italia nel 1961 Aldo Capitini ispiratore del Movimento Nonviolento italiano organizza la prima Marcia della pace Perugia-Assisi. E’ in quell’occasione che per la prima volta viene utilizzata la Bandiera della pace divenuta in seguito il simbolo dell’opposizione nonviolenta a tutte le guerre.

La Marcia della pace Perugia-Assisi ancora a distanza di più di cinquant’anni continua regolarmente a mobilitare migliaia di militanti pacifisti e nonviolenti.

Il 15 febbraio 2013 si svolse la più grande azione di protesta della storia umana. Circa trenta milioni di persone in più di 600 città marciarono contro l’intervento americano in Iraq.

Il 2 gennaio 2010 a Punta de Vacas, Argentina terminava la prima Marcia Mondiale per la pace e la nonviolenza. Alla Marcia parteciparono centinaia di migliaia di persone, più di tremila organizzazioni e un gruppo di quasi 100 marciatori. Nel suo tragitto i marciatori attraversarono più di 400 città, 90 paesi, e sono stati percorsi circa 200mila chilometri durante 93 giorni.

Un altro significato non meno importante legato al camminare è quello ambientalista e salutistico.

Sono i significati di più recente acquisizione ma che ormai coinvolgono milioni di persone nel mondo. Si cammina per restare in contatto con la natura o più semplicemente per migliorare la propria salute. Si cammina sui marciapiedi delle grandi città o si scelgono itinerari più impegnativi nei deserti o in alta montagna. In tutti questi casi c’è una ricerca di riconciliazione col proprio corpo, con l’ambiente naturale o con le persone che ci sono intorno.

Che si tratti di un’esperienza meditativa, di un pellegrinaggio, di una marcia o più semplicemente di una passeggiata, il camminare si fa cammino. Esso diventa itinerario di liberazione in cui il proposito si fa tutt’uno con il corpo in movimento.

1Peripatetico= lat. PERIPATETICUS e dal gr. PERIPATETIKOS, che procede da PERI-PATEO io passeggio, composto dalla particella PERI attorno e PATEO vado, cammino, che tiene la stessa radice di PATOS passo, piede

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